Non sono la mia diagnosi: identità e significato oltre il disturbo

La diagnosi, in ambito medico e psicologico, rappresenta un momento cruciale nella vita di una persona. Non è semplicemente un’etichetta apposta a una condizione o a un disturbo: è un atto che può influenzare profondamente la percezione di sé, il modo di relazionarsi con il mondo e la ricerca del proprio senso di identità. La diagnosi può talvolta trasformarsi in un limite alla costruzione del senso di sé, intrappolando l’individuo in un quadro definito e spesso riduttivo.

Immaginiamo una persona che riceve una diagnosi di depressione. Questo momento, carico di emozioni contrastanti, segna una linea di demarcazione tra un “prima” e un “dopo”. Da allora, la persona può iniziare a guardarsi attraverso la lente della malattia, fino a identificarsi con essa. Le parole del professionista, cariche di significato e autorità, rischiano di trasformarsi in una sorta di gabbia mentale. Invece di esplorare le sfumature della propria esperienza, la persona può sentirsi racchiusa in un elenco di sintomi, con la complessità della propria storia ridotta a criteri diagnostici.

La diagnosi, dunque, può limitare la percezione di sé. In una società che celebra la normalità e spesso stigmatizza la diversità, chi riceve una diagnosi può sentirsi spinto a indossare una maschera, a recitare un ruolo che non coincide con la propria esperienza interna. Questo accade in modo particolarmente delicato durante l’adolescenza e la giovinezza, fasi in cui l’identità è ancora in formazione e il rischio è quello di aderire all’immagine proposta dalla diagnosi, anziché esplorare liberamente le proprie possibilità.

Anche le relazioni possono esserne influenzate. Lo stigma associato ad alcune condizioni può favorire l’isolamento sociale. L’individuo etichettato come “malato” o “disabile” può avvertire una barriera invisibile tra sé e gli altri, che rende più difficile la costruzione di legami autentici. Questo isolamento può rafforzare il senso di disconnessione e allontanare ulteriormente la persona dalla possibilità di riconoscere e affermare il proprio valore soggettivo.

È però fondamentale riconoscere che la diagnosi non è, di per sé, un elemento negativo. Può rappresentare anche un punto di partenza per la cura, la comprensione e il riconoscimento della propria sofferenza. Quando è inserita in un percorso terapeutico che sostiene la soggettività della persona, la diagnosi può diventare un’occasione di maggiore consapevolezza. Nel lavoro clinico, infatti, è possibile aiutare l’individuo a distinguere tra la propria identità e il disturbo, a dare senso alle proprie emozioni e a costruire un’immagine di sé più ampia, flessibile e vitale.

In questa prospettiva, diventa essenziale un approccio alla diagnosi che consideri la persona nella sua interezza, e non come un insieme di sintomi. La ricerca di significato non dovrebbe essere soffocata dalla diagnosi, ma accompagnata e sostenuta, trasformando un possibile limite in un’occasione di crescita.

In conclusione, la diagnosi può rappresentare un ostacolo nella ricerca del senso di sé quando diventa un’etichetta rigida e totalizzante. Tuttavia, attraverso un approccio clinico attento alla soggettività, è possibile andare oltre questa riduzione, permettendo alla persona di riscoprire la propria complessità e autenticità. La sfida sta proprio qui: non fermarsi al nome del disturbo, ma continuare a cercare la persona che quel nome non può contenere.